Quando la diagnosi diventa identità: perché cerchiamo etichette per sentirci speciali
(di Fulvio Pierantoni, 12/07/2026) - tempo di lettura 2 min
In questi giorni sto raccogliendo dati dalla letteratura di settore su quanto stia aumentando la percezione di necessità di cura e terapia nella società, il ritratto che ne esce è quanto meno interessante: pare che l’individuo sente talmente l’esigenza di essere un po’ speciale che, in mancanza di altro (valori, intelligenza, interessi, coraggio, …), si dia premura nel farsi affibbiare etichette delle sindromi più strane, pur di sentirsi almeno un po’ diverso dagli altri nella specificità del suo supposto malanno. Con questo articolo propongo un’analisi della questione.
Richiamo di base (che concetti entrano in gioco)
- Medicalizzazione: tendenza a interpretare problemi sociali/esistenziali come condizioni mediche.
- Identità e riconoscimento: l’appartenenza a una categoria, anche patologica, può dare senso, riconoscimento e ruolo sociale.
- Capitali simbolici e attenzione: l’essere «speciale» porta riconoscimento, cura e attenzione che altrimenti mancano.
- Diagnosi come narrazione: etichette diagnostiche configurano storie di sé plausibili che spiegano la sofferenza e legittimano richieste di aiuto.
Meccanismi plausibili (per lo sviluppo di questa dinamica)
- Vacanza di senso: la perdita di valori, tradizioni, ruoli forti potrebbe lasciare dei vuoti relazionali; la “diagnosi” può riempire quel vuoto offrendo una trama interpretativa.
- Incentivi sociali e istituzionali: l’aumentato accesso a cure, permessi, visibilità, comunità in presenza o online di supporto emotivo possono rinforzare l’attrattiva dell’”etichetta”.
- Self-diagnosi e cultura digitale: Internet facilita l’identificazione con categorie rare o nuove, amplificando fenomeni di identificazione collettiva.
- Psicologia dell’attenzione: si ricerca la distinzione in opposizione all’ansia sociale che la paura dell’omologazione produrrebbe (paura dell’annichilimento); la “malattia” diventa risorsa identitaria.
Criticità e limiti dell’ipotesi
- Non tutte le persone che adottano o ricercano “etichette diagnostiche” lo fanno per rispondere all’esigenza che stiamo ipotizzando; molte cercano spiegazioni genuine per sofferenze reali.
- Risultati inversi: un’eventuale diagnostica impropria (ed il relativo etichettamento) può comportare stigmatizzazione, trattamenti inutili, insorgenza di altri problemi legati ai trattamenti eseguiti e quindi peggiorare la condizione dell’individuo.
- Variabilità socio-culturale: in contesti con forte stigma, per esempio verso la malattia mentale, rivendicarla può essere meno attraente.
Implicazioni pratiche e di ricerca
- Per i clinici: attenzione a distinguere ricerca di senso/identità da sintomatologia clinica; i processi diagnostici possono appoggiarsi a processi dialogici.
- Per le istituzioni: politiche che offrano riconoscimento e ruoli sociali alternativi, così come il supporto al permanere dei luoghi storicamente deputati all’incontro, al confronto e alla condivisione tra individui, potrebbero ridurre spinte di «ricerca d’etichetta».
- Per la ricerca: studi qualitativi su motivazioni individuali, magari anche attraverso analisi dei forum online; indagini su come le risorse sociali influenzano l’adozione di etichette.
Domande utili per approfondire
- Chi beneficia socialmente ed economicamente dall’espansione diagnostica?
- In che misura l’autodiagnosi è una risposta a carenze di servizi specialistici?
- La ricerca dell’”etichetta clinica” è già di per sé stessa patologia?
Non è mia intenzione avviare considerazioni polemiche o allarmistiche, per questo scelgo di chiudere l’articolo su queste tre domande, alle quali ognuno di noi può rispondere per quelle che sono le sue percezioni oppure andando a cercare un po’ di dati.
Indicazioni bibliografiche
“Nemesi medica. L’espropriazione della salute”, di Ivan Illich;
“Il mito della malattia mentale”, di Thomas S. Szasz;
“Nascita della clinica. Un’archeologia dello sguardo medico”, di Michel Foucault;
“L’istituzione negata”, a cura di Franco Basaglia;
“The Medicalization of Society”, di Peter Conrad.