Rileggendo Nietzsche: a proposito della volontà di potenza, qualcosa che ci riguarda.

(di Fulvio Pierantoni, 23/06/2026)

Mi sono riletto qualche passo da "Al di là del bene e del Male" di Friederich Nietzsche, questo articolo vuole essere una sintesi mirata all'uso del concetto di volontà di potenza, concetto assai utile nell’ambito di una efficace, che diventa affascinante, consulenza filosofica e naturalmente un promemoria per sottolineare che Nietzsche è tutt'altra cosa rispetto a quanto malauguratamente propinato nel periodo nazista. Visti i tempi conviene ricordarlo.

Cominciamo con qualche estratto significativo:

"Gli psicologi dovrebbero riflettere prima di considerare l’istinto di conservazione come l’istinto-cardine di un essere organico. Un ente vivente cerca, innanzitutto, di SCARICARE la propria forza — la vita stessa è VOLONTÀ DI POTENZA; la conservazione di sé è solo uno dei risultati indiretti e più frequenti di ciò. In breve, qui come altrove, guardiamoci dai principi teleologici SUPERFLUI! — uno di questi è l’istinto della conservazione di sé (lo dobbiamo all’incoerenza di Spinoza)”.

Tutta la psicologia fin qui è andata alla deriva sui pregiudizi morali e sulle timidezze; non ha osato avventurarsi nelle profondità. Nella misura in cui è lecito riconoscere in ciò che fin qui è stato scritto un indizio di ciò che è stato fin qui taciuto, sembra come se nessuno avesse ancora coltivato l’idea della psicologia come MORFOLOGIA e DOTTRINA DELLO SVILUPPO DELLA VOLONTÀ DI POTENZA, come io la concepisco. […] Concesso, infine, che siamo riusciti a spiegare tutta la nostra vita istintiva come sviluppo e diramazione di una forma fondamentale di volontà — vale a dire, la Volontà di Potenza, come sostiene la mia tesi; concesso che tutte le funzioni organiche possano essere ricondotte a questa Volontà di Potenza, e che anche la soluzione del problema della generazione e della nutrizione — che è un solo problema — possa essere trovata in essa: allora si avrebbe il diritto di definire TUTTA la forza attiva inequivocabilmente come VOLONTÀ DI POTENZA. Il mondo visto dall’interno, il mondo definito e designato secondo il suo «carattere intellegibile», sarebbe semplicemente «Volontà di Potenza» e nient’altro”.

Ogni atto di vita è, prima di tutto, un atto di potenza; l’essere vivente cerca di crescere, espandersi, imporsi. Anche l’istinto di conservazione può essere interpretato come una forma di questa spinta: non è che la vita tenda innanzitutto a non perire, bensì a perpetuare e accrescere la propria forza. Dove c’è più vita c’è più volontà di potenza; e quando la vita si affievolisce, la volontà di potenza si contrae o si corrompe”.

Considerate gli effetti della volontà di potenza nella sfera del pensiero: anche le idee non sono semplici copie della realtà, ma manifestazioni di forze che cercano espressione e dominanza. Le dottrine e i valori nascono come strumenti di potenza — mezzi con cui alcuni istinti impongono la loro forma sulla massa. Perciò non stupisce che le filosofie morali spesso siano maschere di interessi psicologici più profondi: volendo capire un sistema di valori, bisogna saperne leggere la genealogia di potenze che lo sorregge”.

Fonte: traduzione italiana dal testo inglese di Helen Zimmern, Beyond Good and Evil (testo in pubblico dominio su Project Gutenberg).

Naturalmente, nei primi due brani, il riferimento alla psicologia è da intendersi in senso largo: non è un attacco alla categoria degli psicologi, bensì una proposta di revisione critica di idee all’epoca considerate “tradizionali” che il filosofo intende, appunto, mettere in discussione, con quello che è uno dei principi cardine della sua filosofia: il concetto di volontà di potenza.

Per Nietzsche la volontà di potenza non è desiderio di dominio sociale, né solo istinto di conservazione. È una categoria più fondamentale e rappresenta la grande novità che tuttora rende il filosofo straordinariamente interessante: si tratta della tendenza vitale di ogni essere a esprimere, accrescere e manifestare la propria forza, intesa come capacità di auto‑affermazione. La vita si manifesta come potenza che cerca espansione e auto‑trasformazione.

Nietzsche rovescia l’idea che la conservazione sia primaria. Piuttosto, gli atti di conservazione appaiono come conseguenze o forme arrestate di una spinta più profonda: la spinta a moltiplicare la propria energia, la propria efficacia. La volontà di potenza si realizza mediante crescita, sovvertimento, creazione di nuove forme, dominio su resistenze (anche interiori!), e quindi formazione di idee, norme, istituzioni; manifestandosi in corpi, organismi sociali, conoscenze, valori, arte e appunto perfino le singole idee sono viste come «strumenti» o «effetti» di tale volontà.

Interessantissime le implicazioni filosofiche. Si sposta l’interpretazione dei moti psichici: passioni, motivazioni, credenze nascono come espressioni di forze intenzionate alla maggiore affermazione di sé. Ricordando Marx, seppur come vedremo dopo in modo assai differente, le dottrine nascono anche come espressione di interessi di potenza, nell’etica e nella politica i valori morali sono prodotti di conflitti di potenza; «buono» e «cattivo» hanno origini diverse a seconda di chi afferma quale gerarchia, la volontà di potenza spiega il divenire del mondo, quindi dinamica, è un processo, una manifestazione, una trasformazione continua. Ed in ogni caso serve a spiegare l’origine dei valori e delle idee più che a dare un codice morale (che semmai gli è stato affibbiato in malafede a scopi efferatamente propagandistici).

Alcuni esempi concreti: un artista che rinnova uno stile per esprimere forza creativa = volontà di potenza artistica; un’ideologia che plasma norme sociali per promuovere un gruppo = volontà di potenza sociale; una teoria scientifica che ne sostituisce un’altra perché è più produttiva = volontà di potenza conoscitiva.

Possiamo tentare qualche confronto così da sottolineare la forza e la novità del pensiero di Nietzsche.

Nietzsche vs Arthur Schopenhauer: Schopenhauer parla del “volere” come “volontà di vivere” (una forza cieca e universale che spinge all’auto‑preservazione e al desiderio, producendo e conducendo alla sofferenza); Nietzsche rovescia e radicalizza: rifiuta il primato dell’istinto di conservazione e interpreta il motore fondamentale appunto come “volontà di potenza”, non mera sopravvivenza ma espansione, auto-affermazione, creatività. Fondamentali le conseguenze etico-esistenziali dei due approcci: Schopenhauer propone una negazione del volere (ascesi, compassione) per liberarsi dalla sofferenza; Nietzsche esalta la trasformazione, il superamento, l’affermazione creativa (atteggiamento tragico-dionisiaco: l’accettazione totale della vita in tutta la sua caoticità e irrazionalità).‍ ‍

Nietzsche vs Charles Darwin: Darwin dà la sua spiegazione della natura tramite la selezione naturale e la lotta per l’esistenza (gli organismi diventano adatti perché selezionati da pressioni ambientali, la lotta è descritta in termini di sopravvivenza e riproduzione); Nietzsche non nega la competizione biologica, ma sposta l’accento dalla mera sopravvivenza alla produzione e accrescimento di forza/intensità vitale. La volontà di potenza comprende la creatività, la forza di imporsi, di ricostruire sé stessi e il mondo, al di là di fini puramente riproduttivi.

Nietzsche vs teorie morali tradizionali (Kant, morale religiosa): Kant dal punto di vista delle norme fondate sulla ragion pratica, le istituzioni religiose attraverso le etichette e i comandamenti morali, entrambi trascendono gli interessi e i moti individuali (e noi oggi sentiamo Nietzsche infinitamente più vicino); Nietzsche legge che i valori morali sono espressione di interessi psicologici e lotte di potere (in questo riecheggia Marx che parla di lotte di classe). La volontà di potenza spiega come nascono i sistemi morali come strategie di dominanza o di reazione.

Visto che abbiamo citato Marx e tirato in ballo la psicologia, mi pare interessante tentare un confronto più diretto.

Nietzsche vs Karl Marx: Marx centra l’analisi sul conflitto materiale e sulle relazioni di produzione (lotta di classe, rapporti economici che determinano sovrastrutture); Nietzsche, molto più interessante dal punto di vista della consulenza filosofica, privilegia dinamiche psicologiche, sia intime che sociali e la volontà di potenza è impulso individuale, ed eventualmente collettivo, che crea valori. La natura del conflitto per Marx è economica e sistemica (proprietà, sfruttamento); per Nietzsche è più profonda, psicologica e culturale (volontà di affermazione, risentimento, creazione di valori). La concezione del cambiamento: Marx propone trasformazioni rivoluzionarie guidate da interessi di classe e condizioni materiali; Nietzsche insiste sul cambiamento attraverso trasformazioni di gerarchie di valori, tramite figure creative (es. il superuomo) che danno un significato diverso e nuovo e superiore ai valori. Il ruolo dell’ideologia: entrambi vedono le idee come espressione di interessi, ma Marx le interpreta come sovrastrutture determinate dall’economia; Nietzsche le legge come manifestazioni di forze psicologiche e di potere (in Genealogia della morale).

Nietzsche vs Sigmund Freud: Freud pone al centro pulsioni fondamentali (Eros, Thanatos), dinamiche inconsce e conflitti intrapsichici (EsIoSuperio); Nietzsche parla di impulsi di potenza che attraversano volontà, passioni e idee; per lui anche le strutture morali nascono da forze intenzionate alla maggiore affermazione di sé. Freud offre una struttura clinica (inconscio, rimozione, complessi) con meccanismi terapeutici; Nietzsche è del tutto filosofo, quasi poetico, certamente per nulla clinico: le «cause» psicologiche sono volitive, creative, irrazionali. Freud spiega le tensioni energetiche (sessuali, aggressive) in termine di pulsioni, per Nietzsche la volontà di potenza può includere queste pulsioni ma va oltre e si estende a ogni forma di autoaffermazione (creatività intellettuale, artistica, istituzionale). Freud mira alla terapia e alla spiegazione clinica dei disturbi; Nietzsche mira a una spiegazione culturale e a un progetto di trasformazione dei valori.

Breve esempio comparativo: Un movimento rivoluzionario può essere letto da Marx come espressione di interessi di classe; da Nietzsche come manifestazione di una volontà collettiva di potenza che crea nuovi valori; da Freud come risultato di tensioni pulsionali sublimate in attività politiche.

Prima di terminare, occorre dedicare qualche riga all’altro concetto del pensiero di Nietzsche abbondantemente vilipeso dalla storia recente: il superuomo.

Che cos’è dunque l’uomo, se non una corda tesa tra la bestia e il superuomo — una corda sopra un abisso? È qui che dobbiamo situare la nostra domanda sulla volontà: essa non è una semplice volontà di conservazione, ma una tensione verso qualcosa di superiore, una forza che si spinge oltre se stessa. L’uomo come fenomeno è un divenire; ogni sua forma e ogni sua norma nascono dal desiderio di superare limiti, di creare nuove gerarchie. In questa ottica, la morale dei “deboli” appare come reazione che cerca di ribaltare e conservare; la morale dei “forti” come principio creativo che istituisce nuove vie di potenza”.

E ancora:

Considerate l’attività conoscitiva: non cerchiamo verità in modo distaccato, ma costruiamo prospettive che meglio affermano la nostra forza intellettuale. Ogni spiegazione è al tempo stesso un atto di interpretazione e di imposizione: scegliamo modelli, termini e prove che rendono possibile la nostra affermazione. Perciò la storia delle verità è una storia di lotte tra prospettive, e la filosofia — dove essa è vitale — è prima di tutto una volontà di potenza che ordina e crea significato”.

Che cosa significa “superuomo” per Nietzsche? Non è un “supereroe” biologico né il manifesto di una ipotetica razza superiore; è un ideale esistenziale: l’essere umano che supera le forme morali, culturali e psicologiche che lo limitano, creando nuovi valori e nuove gerarchie. È il risultato della trasformazione dell’uomo su sé stesso, operata dalla volontà di potenza: colui che va oltre i valori tradizionali (morali «dei deboli») e afferma una nuova scala di valutazione che valorizza la crescita, la creatività e la potenza dell’individuo.

Possiamo tentare una lista delle caratteristiche del superuomo. Autonomia valutativa: non accetta i valori per tradizione o per convenzione; li valuta e li crea. Atteggiamento dionisiaco: accetta il proprio destino e lo trasforma in forza creativa; affronta il dolore e il divenire con un atteggiamento generativo. Eccesso estetico‑etico: vede la vita come campo artistico dove forgiare sé stessi. Non è necessariamente sociale o collettivo: spesso è figura solitaria, aristocratica nella sensibilità (ma non aristocrazia di nascita: di spirito). Il superuomo è produttore di nuovi valori: ciò implica una critica radicale alla morale cristiana/umanitarista che, secondo Nietzsche, esalta la mediocrità e il risentimento. Questa trasvalutazione non significa in nessun modo “nichilismo distruttivo”, ma creazione produttiva: distruggere vecchi idoli per fondarne di nuovi.

In conclusione quindi vale la pena di sottolineare ancora che Nietzsche formula l’idea del superuomo entro una critica radicale della morale cristiana e del “gregge”; il superuomo è un ideale culturale/poetico di autocreazione e trasvalutazione dei valori, non un programma politico.

Risulta particolarmente interessante nell’ambito della consulenza filosofica dal punto di vista dell’Idealismo esistenziale in quanto progetto etico‑esistenziale (simile a Kierkegaard/Heidegger): fondamentale per porre l’attenzione su valori per noi irrinunciabili come l’autenticità, la responsabilità creativa e l’affermazione di sé.

L’appropriazione nazista nel XX secolo di parti del pensiero del filosofo, strumentalizzate per giustificare pretese superiorità biologiche e l’esercizio della violenza politica è un vero abuso storico. Nietzsche parlava di trasformazione culturale e individuale, non di gerarchie razziali; la lettura nazista è un fraintendimento e una strumentalizzazione politica. Tale fraintendimento va chiarito eventualmente anche in sede di consulenza, così da evitare ogni eventuale lettura di “culto dell’ego” o “esaltazione di tendenze narcisistiche”, data l’importanza invece della corretta posizione, cioè l’accento sulla creazione di significato e sull’analisi critica di valori e credenze utile a superare ogni pregiudizio.

A superamento definitivo di ogni dubbio interpretativo, è utile rammentare la rilettura filologicamente corretta delle opere di Nietzsche da parte di Giorgio Colli e Mazzino Montinari (anni ’60‑’70 del XX secolo).

Indicazioni bibliografiche.

di Friedrich Nietzsche:

“Al di là del bene e del male”;

“Così parlò Zarathustra”;

“L’Anticristo”;

“Il crepuscolo degli idoli” .

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